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Lasciare il lavoro e viaggiare: moda o necessità?

In questo post non do consigli di viaggio. Voglio solo condividere delle riflessioni che sono nate in me negli ultimi tempi e, se ne avete voglia, ascoltare le vostre.

Il tema è legato al fatto che sempre più persone mollano il lavoro e un posto fisso per vivere viaggiando. Questa è l’unica scelta per essere felici e vivere davvero la propria vita?

Mi sembra strano arrivare a scrivere un articolo di questo genere, sostenendo idee che una volta pensavo “noiose” e “impostate”… ma a tutto c’è un limite.

 

Rimpianti di vita – Trasferirsi all’estero

 

Sono sempre (o quasi, diciamo negli ultimi 15 anni della mia vita, da quando ho preso il primo volo) stata interessata ai viaggi. Negli anni ho scoperto tanti Paesi, ho fatto esperienze un po’ diverse, cercando di vivere lo spirito anche di altre culture: corso di Inglese a New York a casa della famiglia dell’insegnante, viaggi solidali con visite a Favelas e Township, volontariato in Marocco, programma di scambio universitario con Summer School a Cuba. Anche io mi sono trovata (e ogni tanto mi riprende lo sconforto) a pensare che avrei dovuto godermela, viaggiare di più. Quello che rimpiango maggiormente è il fatto di non aver potuto fare un’esperienza prolungata, di studio o lavoro all’estero. Tornando indietro, avrei sicuramente approfittato di un programma di Erasmus. Insomma mi manca quel dover ricominciare in un altro luogo e il cominciare a viverlo come la propria “seconda casa”, senza sentirsi più un turista o comunque una persona di passaggio.
In effetti, ho cercato di compensare in parte questo rimpianto con le esperienze che ho citate prima e che ho cercato di intervallare con il mio lavoro. Anche se amo l’avventura, sono comunque una persona poco avventata e devo comunque ringraziare lo stcambiamento-crescita-personale
ipendio di un buon lavoro (e la relativa flessibilità della mia azienda e del mio capo) se ho potuto comunque “pagarmi” esperienze che non sempre sono a buon mercato.

Ho cercato, col tempo, di spostarmi in un settore più in linea con i miei interessi e di lavorare nell’ambito turistico o della Cooperazione Internazionale. Per diverse ragioni, non ci sono riuscita. Mi sono tenuta, quindi, il mio lavoro, godendomi i suoi privilegi e cercando di ritagliarmi più tempo possibile per me e le mie passioni.

 

Dopo questa descrizione su di me.. arriviamo al punto.

 

“Ho lasciato un lavoro fisso”

 

Per il mio amore per il viaggio, leggo e frequento blog, community e gruppi su Facebook. Ultimamente è un continuo proliferare di post di questo genere: “mollo tutto e cambio vita”, “ho lasciato un lavoro fisso per viaggiare”.

 

Fin qui, niente di male. Ognuno è libero di fare le sue scelte e di vivere in modo autentico secondo le sue aspirazioni.

Quello che trovo fastidioso è il tono di molti di questi post, dove l’obiettivo è cercare di insegnare agli altri come gli autori “hanno trovato il coraggio di farlo”. Leggere la repulsione per quella che viene considerata una vita “normale”, “grigia” e “noiosa”. Oppure vedere lunghi articoli in cui si spiega “come superare le proprio paure e vivere davvero la propria vita”.

superare le paure

Quello che mi rende perplessa è questo: davvero pensano che sia solo questa la vera vita? Magari questo modello va bene per loro… ma ci sono anche altri modi di vivere e di trarne soddisfazione…

 

In molti di questi articoli, si leggono, intervallate con citazioni da “In to the wild”, frasi del tipo: “volevo lasciare un segno”, “non potevo sprecare la mia vita”…

 

Mi chiedo: “si può lasciare un segno solo facendo il giro del mondo”?   Ora, a meno che non si diventi il nuovo Kerouac degli Anni Duemila, ognuno si farà il proprio giro del mondo e il mondo andrà avanti allo stesso modo.

 

Forse la mia è invidia. Inconsciamente so che sono troppo fifona o tradizionalista per mollare una “base sicura” e vivere alla giornata.

 

Mi viene, tuttavia, di reazione da rispondere a questa filosofia “freak a tutti i costi” con una sorta di “elogio del costruire”.

 

Vivere appieno la propria vita: elogio del costruire

 

Per me “lasciare il segno” e “vivere la vita” è anche impegnarsi per costruire qualcosa. La soddisfazione viene dal vedere poi realizzato con successo quello che avevamo solo nella mente. Non parlo di fondare un’impresa milionaria. Parlo anche solo di un progetto ben riuscito nella propria azienda, di un’attività di volontariato nella propria città che dà i suoi frutti o di un negozietto ben avviato.

Forse sono stata cresciuta con un’etica del lavoro dai tratti Calvinisti, ma tutte queste fughe si basano spesso su una specie di fuga dal lavoro.

Eppure io trovo soddisfazione nel lavorare e non me ne vergogno.

Certo non tutti hanno la fortuna di trovare un lavoro che li soddisfi. Un lavoro di crescita professionale, in questi casi, non si concretizza per forza nel “mollo tutto” e nel “ti insegno a superare le tue paure e i tuoi condizionamenti”. In queste situazioni, la crescita può consistere nello sviluppare le proprie potenzialità e la propria autostima, per cambiare lavoro, dare avvio a un’idea imprenditoriale, diventare “più bravi” e formarsi in un altro campo (anche questa è conoscenza!)

“Costruire” significa anche “costruire relazioni”. Certamente chi viaggia ha conoscenti in tutto il mondo. E’ più difficile, tuttavia, avere una famiglia e continuare a viaggiare continuamente. Nessun giudizio, ovviamente, neanche su questo. Avere dei figli è una scelta e non un obbligo imposto dalla società. Superare le proprie paure però significa anche IMPEGNARSI per far crescere delle nuove persone, cercare di “formarle” nel modo migliore, con lo scopo di lasciare un segno dopo di sé che contribuisca in modo positivo alla vita su questo Mondo. Viaggiare apre la mente, ne sono convinta. Ma non avere radici e relazioni stabili non crea una situazione in cui c’è tanto posto per le emozioni, il divertimento, le sensazioni e poco per i sentimenti e l’intimità verso gli altri? E’ difficile e coraggioso anche instaurare e mantenere nel tempo relazioni con la stessa persona.

viaggio vita caffè

Il viaggio come crescita personale

 

Io sono un’assoluta sostenitrice della “valenza formativa e di crescita” del viaggio. Ho sperimentato sulla mia pelle, la forza che ti dà imparare a viaggiare da sola a migliaia di Km dal nido di casa. Essendo counselor, ho tra i miei progetti, anche quello di organizzare gruppi di crescita e di sviluppo delle proprie potenzialità attraverso il viaggio. Penso anche che un anno sabbatico, o gap year, sia fruttifero per tutti (e che i datori di lavoro dovrebbero sostenerlo, come avviene nei Paesi Scandinavi) e serva a recuperare energie ed entusiasmo.

Sono anche una fan del cambiamento. Non potrei non credere, dopo gli anni di studi di counseling, che l’uomo, ogni uomo, è in continua evoluzione e in un percorso mutevole.

Ma il cambiamento non può essere fuga.

A volte mi sembra che questi “guru” del “mollo tutto” vogliano sembrare anticonformisti, ma seguano essi stessi il dictat di un modello “stereotipato”.

Tutti hanno una repulsione per il “posto fisso”. Strano che il posto fisso, tanto agognato dagli Italiani nei decenni precedenti, ora sembri più una prigione.

Certamente l’attuale congiuntura economica e, forse, la particolare situazione Italiana hanno il loro peso. Sicuramente gran parte della cultura Occidentale sta portando avanti una filosofia da “workalcoholism”, in cui bisogna per forza far tardi tutte le sere in ufficio (ma ci sono anche i free lance e i liberi professionisti…)

Insomma, è questa vita Occidentale che mette noia o sono tutte queste persone che sono inquiete e annoiate dalla vita? Che magari non riescono ad apprezzare la vita di tutti i giorni e scelgono quindi di “vagare” per il mondo?

Da un lato c’è infatti l’ormai famosa “wanderlust”, la sindrome di chi vuole sempre viaggiare. Qui però stiamo finendo nel “sensation seeker”, la necessità, cioè di avere sempre stimoli “forti”. Certamente è eccitante vedere sempre posti nuovi e diversi e non avere limiti o regole.

 

Forse è questo invece il famoso “qui e ora”, che io, spostata nella progettualità e nel futuro, non riesco a vivere. Ma non ne sono del tutto convinta: godersi il “qui e ora” non significa sapere assaporare le piccole cose di ogni giorno in maniera più consapevole? Non so, nella mia mente associo “il qui e ora” anche con la capacità di sapersi fermare.

“Sapersi fermare” dalla routine lavorativa che ti schiaccia, ma anche dal continuo “viaggiare”.

 

Conclusioni

 

In conclusione, penso che, in parte, come tutte le tendenze, il “mollo tutto” sia al momento contagioso e di moda. Sono anche convinta che, da qualche blogger, sia portato avanti per mere ragioni di marketing: bisogna pur finanziarsi il viaggio, no? E attualmente questi temi consentono di guadagnarsi facilmente followers e like… qualcuno dei più astuti cavalca anche questa onda (ovviamente buon per lui/lei).

Dal canto mio, sicuramente ci sono dei momenti in cui vorrei mollare Milano e traferirmi in un posto di mare o fare la Cooperante in Africa. A parer mio, personale e soggettivo, vivere in maniera autentica significa avere un progetto: che sia aiutare villaggi o costruire un Bed&Breakfast o scegliere un posto congeniale dove fare la mia casa (anche solo per pochi anni)…

Insomma questa lunga riflessione mi porta a dire che ognuno ha il suo modello di vita e che bisogna fare attenzione a pensare che gli altri dovrebbero seguire il nostro o si stanno perdendo “pezzi di vita” se fanno scelte diverse… L’importante è sempre vivere in maniera autentica e rispondente ai propri bisogni.

La crescita personale si ottiene molto spesso nell’imparare a vivere la quotidianità e non l’eccezionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore dell'articolo: Valeinviaggio